«Maggio, vai adaggio» (errore voluto per la rima). Era il consiglio che i nostri vecchi davano per non scoprirsi troppo ai primi caldi che preannunciano l’estate sempre più vicina (a questo seguiva l’altro: «Giugno, apri il pugno»). L’andare adagio, però, credo lo possiamo riferire anche al desiderio – quasi frenesia – che ci spinge a liberarci dei vincoli invernali. Le giornate che si sono allungate, il tepore del sole (a dire il vero fin troppo cocente in alcuni momenti), la natura che sboccia nei suoi fiori e nel suo verde tenero, ecc. ecc., spingono noi come gli animali a “uscire dalle tane”. Prova ne è l’aumentata vivacità dei ragazzi in classe o le compagnie che schiamazzano maggiormente sostando fuori dai bar e sulle piazze. Il proverbio ci induce a indugiare ancora un po’ a questa voglia di star fuori: ci sono ancora delle faccende da risolvere, non è ancora estate piena, c’è da lavorare e studiare ancora un po’. Ma anche nella vita di fede c’è da andare adagio: per molti stanno arrivando le feste legate ai sacramenti (battesimi, comunioni, qualche matrimonio) o agli anniversari o alle feste dei patroni. Ci si prepara “adagio”, perché dopo la festa sì che bisognerà uscire: non per evadere o andarsene, ma per mettersi a disposizione attivamente nel fare il bene, per fare più bene possibile. Quindi ricevuti i sacramenti o celebrate le feste, dovremmo essere più carichi ed entusiasti nell’aiutare e amare il prossimo e Dio che si fa prossimo con la sua Misericordia infinita.
L’Informatore del 3 maggio 2026
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